![]() |
| Fino alla metà dell'Ottocento un intervento chirurgico si affrontava senza alcuna reale protezione dal dolore — solo alcol, oppio o laudano ad attenuarlo, mai ad eliminarlo. |
Tutto è nato da una frase buttata lì, a fine seduta, dalla mia dentista " Che bellissima invenzione l'anestesia ! ", di cui ho già parlato in un altro articolo sul blog Caleidoscopio e Stelle, da cui è seguita una conversazione che mi ha fatto venire una domanda che non mi ero mai posta seriamente.
Chi ha scoperto per primo qualche tecnica valida per poter operare chirurgicamente, senza far soffrire il paziente ? E come si è passati da lì agli anestetici che usiamo oggi?
Ripensandoci, mi sono accorta di non sapere quasi nulla di questo argomento. Così sono andata a scavare, e il viaggio mi ha portata più lontano di quanto pensassi — fino a un'epoca in cui il dolore chirurgico era semplicemente un dato di fatto, qualcosa con cui fare i conti e basta.
Prima dell'anestesia: operare con la forza
Oggi entriamo in una sala operatoria sapendo — o quasi, perché resta sempre un po' di paura che qualcosa vada storto, e il dolore post-operatorio è tutt'altro che scontato — che durante l'intervento non sentiremo male.
È una cosa così normale che raramente ci fermiamo a pensare che, per migliaia di anni, non è stato affatto così. Fino alla metà dell'Ottocento, farsi operare era una delle esperienze più brutali che una persona potesse attraversare.
E non parlo solo del dolore in sé, ma di tutto quello che si portava dietro: un paziente cosciente si dimena, urla, cerca di scappare dal bisturi. Per questo spesso serviva più di una persona solo per tenerlo fermo.
I chirurghi lo sapevano benissimo, ma avevano ben poco a disposizione: alcol, oppio, laudano, preparati vegetali che attutivano la sofferenza senza eliminarla, o il freddo intenso per intorpidire una zona del corpo. Niente che reggesse davvero un intervento serio.
C'era poi una conseguenza meno ovvia: la velocità era la vera dote di un chirurgo.
Più un'operazione durava, più cresceva la sofferenza del paziente e il rischio che tutto andasse storto per un movimento improvviso. Serviva qualcos'altro.
E quel qualcosa, quasi per caso, arrivò da alcuni dentisti americani — non da un laboratorio, non da un'università, ma dalla pratica quotidiana di gente che il dolore lo vedeva ogni giorno.
La scoperta che cambiò tutto Non fu il lampo di genio di una persona sola. Fu il risultato di intuizioni, esperimenti (anche piuttosto azzardati) e rivalità tra diversi medici e dentisti che, nella prima metà dell'Ottocento, cercavano tutti la stessa cosa: un modo per non far soffrire i pazienti.
Le prime prove con il protossido d'azoto, e poco dopo con l'etere, dimostrarono che si poteva operare senza il dolore che fino a quel momento era sembrato inevitabile.
Dietro questa scoperta ci sono storie umane parecchio intense — intuizioni, coraggio, battaglie per il riconoscimento, e destini personali tutt'altro che lieti.
Meritano un pezzo a sé, e infatti gliel'ho dedicato: Horace Wells e William Morton: i due dentisti che inventarono l'anestesia moderna . Qui proseguo il viaggio per capire come quella scoperta abbia cambiato la chirurgia da cima a fondo. Cosa cambiò davvero in sala operatoria
Prima dell'anestesia, la velocità era tutto.
Ogni secondo in più era sofferenza in più per il paziente, e rischio in più che si muovesse durante l'intervento. Molte operazioni si facevano in pochi minuti, sacrificando la precisione all'altare della rapidità.
Con l'anestesia, il tempo smise di essere il nemico numero uno. I chirurghi poterono finalmente lavorare con calma, affrontare interventi prima considerati troppo lunghi o troppo dolorosi, perfezionare le tecniche. Ma da sola l'anestesia non bastava.
Nella seconda metà dell'Ottocento arrivò un altro tassello fondamentale: l'antisepsi, poi l'asepsi, grazie a Joseph Lister e alla teoria dei germi di Louis Pasteur. Perché eliminare il dolore era una cosa, ma le infezioni post-operatorie restavano una delle prime cause di morte dopo un intervento.
Fu l'unione di questi due progressi — insieme a tecniche chirurgiche sempre più raffinate — a trasformare la chirurgia in una disciplina completamente diversa. E da lì la domanda cambiò: non più "come faccio a operare", ma "come faccio a operare in sicurezza".
È da questa domanda che nacque una figura professionale che oggi diamo per scontata: l'anestesista.
![]() |
| Strumenti come questo permisero, a partire dagli anni Quaranta dell'Ottocento, di somministrare etere e protossido d'azoto in modo controllato — la base tecnica su cui è nata l'anestesiologia. |
L'anestesia, da tecnica a specialità medica
Nei primi anni dopo l'etere e il protossido d'azoto, l'anestesia era vista come un mezzo, non come una disciplina: la somministrava il chirurgo stesso, o un suo assistente, quasi fosse un dettaglio operativo.
Ci volle un po' per capire che il compito era molto più complesso. Un paziente addormentato non è solo "senza dolore": bisogna monitorargli respirazione, battito, pressione, scegliere il farmaco giusto, dosarlo, adattarlo a età e condizioni di salute, ed essere pronti a intervenire se qualcosa va storto.
Nel corso del Novecento nacque così, poco alla volta, il medico anestesista: uno specialista con competenze in farmacologia, fisiologia, rianimazione, medicina d'urgenza. Non più "chi addormenta il paziente", ma chi lo accompagna in sicurezza prima, durante e dopo l'intervento — e che oggi si occupa anche di terapia del dolore, rianimazione, pazienti critici, emergenze.
Dietro ogni intervento chirurgico non c'è solo il chirurgo: c'è un'équipe intera, e l'anestesista ne è un pezzo centrale.
Le grandi innovazioni del Novecento in Anestesia
L'etere e il protossido d'azoto furono solo l'inizio. Nel corso del Novecento arrivarono farmaci, tecniche e apparecchiature che resero tutto molto più sicuro.
Uno dei salti più importanti fu l'anestesia per via endovenosa: il tiopentale sodico (il Pentotal) permise di addormentare il paziente rapidamente.
Nel tempo sono arrivati farmaci ancora più controllabili, che si usano tuttora insieme a molecole più recenti.
Anche gli anestetici locali si sono evoluti parecchio: dalla cocaina di fine Ottocento — piena di effetti collaterali — a procaina, lidocaina e altri anestetici moderni, che permettono di operare senza addormentare completamente il paziente. Parallelamente si sono diffuse l'anestesia spinale, quella epidurale, i blocchi dei nervi periferici: tecniche che colpiscono solo la zona interessata, riducendo i rischi.
E poi la sicurezza: strumenti capaci di monitorare in tempo reale battito, pressione, respirazione, temperatura, ossigenazione. Le stesse conoscenze applicate in sala operatoria hanno dato origine alle moderne terapie intensive.
L'anestesia in Italia
Anche in Italia l'anestesiologia ha fatto la sua strada, in parallelo alla medicina moderna. Nei primi decenni del Novecento se ne occupavano ancora soprattutto i chirurghi, o medici che avevano imparato sul campo.
Dopo la Seconda guerra mondiale la disciplina fece un salto enorme: nacquero i primi reparti specializzati, le università italiane iniziarono a formare anestesisti e rianimatori veri e propri.
Ed è qui che la mia storia personale torna a incrociare quella della medicina. La dentista che mi ha fatto venire questa curiosità, la dottoressa Nicoletta Cetrullo, è — l'ho scoperto solo dopo — figlia del professor Carlo Cetrullo. E non un anestesista qualunque: specializzato sia in Chirurgia generale sia in Anestesiologia, nel 1971 vinse la cattedra di Anestesiologia e Rianimazione all'Università di Bologna e volle la creazione dell'Istituto di Anestesiologia e Rianimazione del Policlinico Sant'Orsola, entrato in funzione nel 1975.
Fu anche presidente della SIAARTI, la società italiana di settore. Non so molto altro di lui — solo che è stato una figura di peso nel dare forma alla disciplina dell'anestesia a Bologna, in Italia.
Mi è sembrato comunque un collegamento sorprendente: una chiacchierata qualunque in uno studio dentistico mi ha portata a scoprire la storia di uno dei medici che hanno fatto crescere una disciplina fondamentale.
Evoluzione dell'Anestesia dagli anni Ottanta a oggi
Negli ultimi quarant'anni il progresso non si è mai fermato. Il propofol ha rivoluzionato l'anestesia generale — azione rapida, dosaggio preciso, risveglio più dolce. Gli anestetici inalatori si sono evoluti con sevoflurano e desflurano. Per il dolore sono arrivati oppioidi come fentanil, sufentanil, remifentanil; per l'anestesia loco-regionale, lidocaina, bupivacaina, ropivacaina.
Anche i miorilassanti hanno fatto passi avanti: il sugammadex, per esempio, permette di annullare rapidamente l'effetto di alcuni di questi farmaci, un bel guadagno in sicurezza.
Ma non è cambiata solo la farmacologia.
È cambiato il modo di vedere dentro il corpo umano, con ecografia, TC, risonanza, PET — prima si scopriva l'estensione reale di una malattia solo aprendo il paziente, oggi molto meno. È cambiata la chirurgia stessa, con laparoscopia e chirurgia robotica che riducono trauma, dolore post-operatorio e tempi di recupero.
E l'anestesista, di conseguenza, oggi non si limita ad addormentare: controlla in tempo reale battito, pressione, ossigenazione, respirazione, CO2 espirata, temperatura, e spesso usa l'ecografia per guidare l'anestesia loco-regionale.
La filosofia stessa è cambiata: non basta che l'intervento riesca, conta anche come e quanto in fretta il paziente si riprende — da qui i protocolli condivisi tra anestesisti, chirurghi, infermieri, fisioterapisti.
![]() |
| Oggi l'anestesista controlla in tempo reale battito, pressione, ossigenazione e molti altri parametri — un livello di sicurezza impensabile solo due secoli fa. |
Perché diamo l'anestesia per scontata
Oggi entriamo in una sala operatoria sapendo — e diciamo pure sperando — che durante l'intervento non proveremo dolore. Il "durante" è la parte che l'anestesia governa davvero bene; il dolore post-operatorio è un altro discorso, che si gestisce ma non sempre si azzera del tutto.
Eppure fino a meno di due secoli fa farsi operare significava, quasi sempre, soffrire moltissimo, con rischi molto più alti di oggi.
Ci fidiamo dell'anestesia, ma dietro quella normalità ci sono quasi due secoli di farmaci, tentativi, errori e persone — dentisti americani un po' spericolati, ricercatori, e anche un professore bolognese che, senza saperlo, è entrato nella mia vita attraverso sua figlia e uno studio dentistico. Ed è forse proprio per questo che vale la pena conoscerla, questa storia: perché solo sapendo quanta strada è stata fatta si riesce davvero ad apprezzare quello che oggi diamo, appunto, per scontato.



Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo contributo. Tutti i commenti sono moderati e verranno pubblicati appena possibile.